PENSIERI CIRCOLARI

Il mio spazio

Esiste, da queste parti, un’Umanità cui non ero abituata: densa, umida, gravida di certezze. Lo spazio sembra grande e pulito e le parole diventano, se pronunciate da quest’Umanità, chiare e significanti ed il loro suono preciso ed unico. Il tempo è lungo da queste parti, è dritto e scorre per la sua strada, per l’unica strada che ha scelto di percorrere in questo grande spazio. Semplicemente.

A volte quest’umanità mi provoca invidia e serenità e poi ancora invidia. Invidia sì ma positiva, un sentimento quieto, quasi rasserenante, placido come l’azzurro del cielo di luglio quando sai che di certo non pioverà, rassicurante come le prime sere d’estate quando sai che non ti dovrai preoccupare dell’aria fresca se rincaserai tardi la sera, familiare come l’odore asciutto delle pagine dei romanzi presi in prestito, intrise dell’odore dei pomeriggi di tanti sognatori.

Ed il mio tempo circolare e inquieto mi appare, in quei momenti, inappropriato e come lui il mio spazio troppo complesso e paradossalmente breve. E le vie che percorre la mia mente sono infinite e tortuose e quelle che percorrono i mie piedi sono in salita e strette ed assolate. E mi viene l’ansia a pensare di doverle percorrere ancora perché so che camminando incontrerò quell’Umanità per cui le strade sono sempre larghe e dritte e brevi e sono da percorrere al ritorno dal lavoro, mentre si va a trovare qualcuno per bere qualcosa. Ma quanto beve quest’Umanità!

A volte invece quest’umanità pregna e pesante mi rimane addosso e mi soffoca con le sue sicurezze e le sue poche idee, con la sua mancanza di slancio e la sua monotonia, con i suoi interessi ovvi e la sua linearità. E lo spazio non mi sembra più così grande ma piuttosto piatto e noioso come una matrice ripetuta all’infinito e la linearità del tempo non mi sembra più una gran cosa ma piuttosto una visione arrogante e semplicistica del presente.

Torno a casa e mi accorgo che il  foglio bianco che ho nella mia tasca è rimasto bianco, che il sole è già sceso e che le strade larghe e dritte si sono svuotate e mi accorgo che quella è la mia rivincita perché il mio tempo è circolare ed il mio spazio infinito e così il giorno lascia lo spazio alla notte, la pioggia diventa rugiada e la vita diventa lieve e vaporosa mentre il foglio ancora una volta si colora. ES

Weimarer Republik, California

RITRATTO DEL DR.HAUSTEIN

Christian Schad, Ritratto del Dr. Haustein, 1928, olio su tela, 80.5 x 55 cm, Madrid,Thyssen – Bornemisza Collection.

 

Christian Schad protende le lunghe dita ossute e picchietta le nocche contro il vetro della finestra. E’ un rumore discreto, quasi gentile, eppure non suona esattamente come una richiesta di permesso. Vibra piuttosto di una nota incalzante, che richiama alla mente la sommessa ineluttabilità di un referto diagnostico. Insomma, sembra uno di quei richiami a cui è impossibile sottrarsi. Ci esorta ad affacciarci, a sporgere la coscienza oltre il davanzale. Ci intima di guardare.

Apriamo la finestra e affacciamoci, dunque. Guardiamo.

Le figure che infestano le opere di Schad sembrano freddi duplicati di esseri umani sgusciati fuori da una coltivazione aliena di baccelli deposti nella città immaginaria di Santa Mira, California, in un’assolata estate del 1954. E invece ci troviamo a Berlino, in piena Repubblica di Weimar, nel clima di sospensione elettrica che precede l’uragano nazista.

Prendete l’Espressionismo e percorretelo fino in fondo. Al segnale di stop voltate sulla Nuova Oggettività e infine imboccate l’ultima uscita, quella che conduce al Realismo Magico. Giunti a quel punto, chiedete. Ma non chiedete a una delle creature di Christian Schad. Non si sogneranno di rispondere.

Queste donne e questi uomini dipanano la propria esistenza rintanati dentro caffè e salotti foderati in permafrost, in muta e paziente attesa sotto la pensilina dell’eternità, prigionieri del loro stesso apparire.

Ci fissano con tanta insistenza da instillare il sospetto che gli spettatori siano loro, e noi le figure nel quadro. Ma i loro occhi non sono esattamente puntati sul nostro volto, sembrano scivolare di lato e guardare un punto dietro di noi. Come se paventassero la presenza di qualcuno, o qualcosa, che tra un momento invaderà lo spazio vuoto alle nostre spalle. Il pensiero ci fa formicolare la pelle della nuca e ci voltiamo allarmati. Ma no, dietro di noi c’è soltanto una parete intonacata. E’ dunque questo che fissano con tanta ostinazione le creature di Schad? Una parete intonacata? Forse.

Forse è quello che facciamo tutti. Forse trascorriamo l’intera vita di fronte ad una parete intonacata. Un’infinita superficie bianca su cui i nostri occhi zampettano furiosamente alla ricerca di una fessura o di qualcosa che somigli ad una via di fuga e… e sono proprio pensieri di questo genere a farci capire di esserci sporti troppo oltre il davanzale.

Riportiamo indietro il baricentro un istante prima di precipitare e richiudiamo la finestra. Le dita nocchiute di Christian Schad (1894-1982) fremono, si ritraggono e spariscono nel crepuscolo per andare a tamburellare il loro appello su altri vetri, su altre coscienze.

ELIO SERRA

 

I cormorani

 

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Locandina de I Cormorani, cinema Astra di Torino, foto di Sara L. Castagnella

Il ricordo dell’adolescenza e la voglia di evasione, non solo dalla realtà costruita ed artefatta che ci controlla in maniera inesorabile con i suoi ritmi serrati, le sue regole dispotiche ed insensate ma anche il desiderio di allontanarsi dalla realtà del cinema italiano degli ultimi decenni che ha preferito porre la propria attenzione sugl’interessi commerciali e personali e non sulla sensibilità e sull’intelligenza creativa, hanno trasformato l’opera prima di Fabio Bobbio in un film iconico, universale.

L’abbandonando delle prassi e delle convenzioni e l’assenza di una struttura filmica predefinita oltre ad essere il frutto di un’esigenza è anche chiaramente derivante dalla formazione di Bobbio che nasce come montatore e che per la prima volta si approccia alla regia. Questa sana mancanza di confidenza con le consuetudini cinematografiche insieme all’anticonformismo dei produttori hanno aiutato il film a svincolarsi da alcuni cliché tipici dei film di formazione ed a trasformarsi in un piccolo compendio poetico.

La storia semplice e assoluta, che rievoca alcuni dei tratti stilistici della filmografia classica, a partire dagli echi fantascientifici fino ad arrivare all’abbozzo delle dinamiche tipiche del western, è costruita e ritmata soprattutto dal montaggio che in maniera razionale ha intessuto le ambiguità e le contraddittorietà dell’adolescenza e dell’eternità infantile restituendoci l’immagine di un mondo complesso dove il gioco e la spregiudicatezza sono costantemente minacciati dall’incombere dell’età adulta. Peccato forse non aver indugiato di più sull’aspetto selvatico e primitivo della natura e soprattutto sul suo contrasto con quegli elementi artificiali e prepotenti che caratterizzano l’urbanità e che come i vizi, le preoccupazioni e le regole dell’età adulta corrompono ed abbruttiscono il bagliore dell’infanzia e della prima adolescenza.

La splendida fotografia di Stefano Giovannini che in modo ampio e preciso cattura le immagini della natura di quello che Bobbio definisce “uno strano Canavese” uno “stato mentale” anticipa e disegna la storia innalzandola e conferendogli dei toni nostalgici e delicati.
Anche le meravigliose musiche di Ramon Moro e Paolo Spaccamonti, riescono non solo a rievocare nella mente il nebuloso mondo del ricordo, la forza della paura all’alba del cambiamento e l’afosa pesantezza della noia, ma, come epifaniche e sublimi suggestioni sonore, tracciano il filo dei pensieri dei due protagonisti facendoli emergere e donandogli una consistenza sensibile*. ES

(*da Sara Leila Castagnella, I Cormorani, www.ciaocinema.it, 23 dicembre 2016)

 

CHIC-BLING

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Dopo due crepes au sucre et citron e due bicchieri di  bordeaux per rifarci delle sei ore di tgv e della lunga passeggiata che da Place des Vosges ci ha poco a poco portati fino alla vecchia stazione Paris-Orleans, poco dopo le 18.30, con tarif nocturne, entriamo al Musée d’Orsay curiosi di aggirarci tra le opere della temporanea “Splendeurs et misères. Images de la prostitution 1850-1910”. Ecco una sfilata di Manet, Toulouse-Lautrec, Vlaminck, Picasso, Munch, Van Gogh da  far girar la testa. Corpi di donne ossute o corpulente, lascive o rigorose, tutte egualmente magnetiche tutte egualmente sensuali. Le forme pallide e lunari, i visi accesi e verdeggianti ed i sorrisi maliziosi si susseguono lasciando poco spazio a figure decisamente più ridicole e meno accattivanti: gli uomini. Omini eleganti con i loro mutandoni ed i loro reggicalze, incapaci di qualsiasi forma di poesia, probabilmente avvezzi al divertimento e devoti solo all’istinto. Figure maschili perlopiù baffute e grassocce che impazziscono di fronte alle loro maîtresses. In piccole stanze, alcune postazioni permettono di sbirciare, con appositi binocolini, alcune fotografie osé d’inizio Novecento.  Poco più in là, attorno ad un grande tavolo ricoperto dai bigliettini da visita delle professioniste dell’amore dove si  reclamizzano esotici massaggi e si svelano le ubicazioni delle loro segrete alcove, due eleganti vecchiette  rischiano di svenire a causa delle loro risa sguaiate.   La mostra è interessante e ben curata, unico neo, la ristrettezza dello spazio, che, forse, però, rende il tutto meno formale, più divertente. Inutile dire, poi, come  le espressioni curiose e le risatine imbarazzate di alcune mesdames e le battutine di alcuni messieurs siano riusciti a rendere l’osservazione a dir poco esilarante.ES

VOTO: Sfiziosa, ben riuscita. Da vedere in compagnia…possibilmente inebriati da qualche millilitro di spirito!

CHAGALLCHAGALLCHAGALL.

Più di tre ore di attesa nel freddo salotto milanese, sotto le austere guglie di un duomo imponente e mai finito e sotto lo sguardo distratto dell’aurea Madunina, sono state la stremante prefazione alla monografica su Marc Chagall. Quasi assiderati ma felici di poter posare gli occhi su buona parte delle opere dell’artista, solitamente non proprio sottomano, abbiamo cercato di lasciar fuori dalla porta di Palazzo Reale il gelo e la stanchezza per lasciarci pervadere dai colori vividi e contrastati delle tele e dei bozzetti. Dopo gli ultimi metri di coda, una corsa su per lo scalone e la sosta obbligata alla biglietteria davanti a noi si è aperta improvvisamente una giostra di figure fantastiche, un arioso turbine di forme, il dinamico e laborioso racconto di una vita. Il calore dei rossi e dei gialli ed i ricchi mazzi di fiori dai colori brillanti sono contrastati dalla plasticità geometrica della glaciale Vitebsk, dominati dalla leggerezza fluida della svolazzante Belle, schiacciati dalle forma cineree di uomini erranti o dalle sagome scure di rabbini ingombranti. Il colore vivo e puro delle tele non è in grado di riscaldarci, non vuole farlo, bensì ci cala in un universo armonico e complesso governato, dall’alternarsi paralizzante d’inquietudine ed ’immortale speranza. ES

VOTO: Il tempo meglio speso a Milano….dopo quello dedicato a Segantini.

I don’t want realism. I want magic!

Sara Leila Castagnella,  dolomiti poco dopo l'alba,  gennaio 2015.

Sara Leila Castagnella, silhouette dolomiti, gennaio 2015.

‘Nulla è casuale. Ogni cosa, per quanto possa apparire sorprendente ed inaspettata è sempre la conseguenza di un’azione più o meno consapevole, dell’influsso di ciò che ci circonda, di tutte quelle piccole cose che passano sotto i nostri occhi inosservate. Solo successivamente, dopo essere stati travolti dall’evento inatteso e dopo aver reagito, magari affrontandolo attraverso un percorso di ricerca, ci si può allontanare per mettere finalmente a fuoco l’accaduto. A volte, quando questo ha significato qualcosa d’importante, ci è necessario scoprirne l’origine, risalire alla sorgente nell’attesa che anche questo avvenimento si trasformi nella causa scatenante del prossimo accadimento divenendo nuovamente il centro delle nostre attenzioni. L’interesse per un libro o per un disco, la scelta della meta di un viaggio, la predilezione per un autore o la passione per un’opera teatrale dicono tanto di noi ed ancor di più di ciò che ci circonda; sono il sintomo non tanto dei nostri gusti personali quanto di un’esigenza, del guerrierieriano meccanismo di compensazione. Il conflitto tra realtà ed illusione compare, inesorabile, ogni volta in cui vi è un inasprimento delle tensioni sociali, quando avviene lo svuotamento delle speranze di un popolo e ne   sottolinea la disperazione ponendo l’accento sulla fragilità dell’animo umano. Questo crudele e doloroso meccanismo, però, se  ben controllato può assumere in noi, reduci disillusi di egoismi scellerati, una connotazione positiva e divenire il punto di partenza per la ricerca di ciò che ancora c’è di benefico e poetico. Per ora, però, riportando il mio sguardo al di qua del vetro della mia finestra, non mi resta che gridare: I don’t want realism. I want magic!’* ES

*SARA LEILA CASTAGNELLA, Il blue Piano di Ten, in attesa di pubblicazione.

Interstellar

Sara Leila Castagnella, particolare di “Redust”, acquerello su carta, 2012.

Il gelo siberiano che imperversa fuori dalla finestra ed il periodo di festa impongono una pausa per rilassarsi, ritemprarsi e magari per lasciarsi crogiolare nell’atmosfera avvolgente di qualche grande classico e così, tra qualche pellicola di Hitchcock, di Bergman e di Welles  mi è  rivenuta in mente l’ultima volta in cui mi sono infilata in un cinema ed ho guardato un bel film. E’ così che mi è tornata in mente la sera piovosa in cui intirizzita ed arruffata come un gatto mi sono rifugiata nel cinema Lux ed ho visto Interstellar. La sua lunga ed appassionante storia che, nonostante i suoi 169 minuti, mi ha tenuta incollata allo schermo e mi ha lasciata con la voglia di sapere il seguito; mi ha fatto ripensare alla miseria degli ultimi film prodotti in Italia, ai bei tempi andati di Cinecittà, alle grandi storie ritratte  da Visconti, Fellini, Antonioni, De Sica, De Santis, Rossellini o Monicelli e così come  spesso accade mi è venuta nostalgia di qualcosa che non ho vissuto, di cui non ho assaporato che l’ultimo immortale bagliore.  In ogni caso, senza scomodare i grandi maestri e  senza voler fare alcun paragone devo ammettere di aver provato soddisfazione nel constatare che qualche bravo regista, in questo caso Christopher Jonathan James Nolan, con minuzia e sensibilità ha ancora la capacità di toccare la realtà senza  impantanarsene le ali e tratteggiare, in questo modo, quello che per me è stato un intensissimo, poeticissimo viaggio interstellare.  ES

VOTO: assolutamente da non perdere!

That’s a Mole!

Ecco la vita e la città vista con gli occhi di un fanciullo… ecco la nostra Mole!

Special Mention IED Torino

Mole Antonelliana, di Sara Castagnella e Paolo Cirio , Special Mention IED Torino

Estratto dal link: https://www.facebook.com/cristina.l.longo?fref=ufi

[…] Grazie a tutti i partecipanti che hanno riempito di bellezza, simpatia e creatività la sagoma della Mole Antonelliana!  Siamo lieti di comunicare le opere selezionate della prima edizione del bando That’s a Mole!

• Vincitrice/Winner: Sara Tassan Mazzocco | Aviano – Italia

• Menzione speciale/special Mention IED Torino: Sara Castagnella, Paolo Cirio | Torino – Italia

• Menzione speciale/special Mention Città di Torino: Eleonora Arroyo | Buenos Aires – Argentina

• Menzione speciale/special Mention Fondazione Torino Smart City: Alexandra Von Bassewitz | Torino – Italia

• Menzione speciale/special Mention Museo Nazionale del Cinema: Davide Baroni | Bergamo – Italia

Le 25 opere selezionate saranno esposte dal 20 giugno al 20 luglio in via Montebello a Torino.
Vi aspettiamo!
I 25 selezionati / The 25 selected proposals:
Eleonora Arroyo | Buenos Aires – Argentina
Laura Bagnera | Palermo – Italia
Davide Baroni | Bergamo – Italia
Patrizia Beretta | Casatenovo – Italia
Juan William Borrego Bustamante | Ferrol – Spagna
Francesco Buzzi | Ferrara – Italia
Sara Castagnella, Paolo Cirio | Torino – Italia
Victor Cavazzoni | Mantova – Italia
Mattia Cerato | Torino – Italia
Mayura Chadarat | Surin – Tailandia
Massimiliano Feroldi | Torino – Italia
Francesca Lombardo | Milano – Italia
Vincenzo Lo Re | Milano – Italia
Elisa Macellari | Perugia – Italia
Sara Tassan Mazzocco | Aviano – Italia
Valeria Mutschlechner | Milano – Italia
Norma Nardi | Farra di Soligo – Italia
Rosanna Nuzzi | Santeramo In Colle – Italia
Gabriele Pino | Cigliano – Italia
Tina Salvato | Torino – Italia
Lidia Savioli | Parigi – Francia
Joanna Mora Vallejo | Limache – Chile
Alina Vergnano | Copenaghen – Danimarca
Francesca Vignaga | Arzignano – Italia
Alexandra Von Bassewitz | Torino – Italia

Felici del risultato ringraziamo di cuore i piccoli protagonisti della nostra Mole!

ES • PAUL

Pornografia

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Ronconi. Un nome,un suono che, in un attimo smuove le sinapsi e scompiglia le idee. Chi non è stato sorpreso almeno una volta da una sua regia? Chi non ha seguito, come un bambino, il movimento di uno dei suoi trabiccoli, soldatini si muovono sulla scena?

Eccomi, come sempre, curiosa ed eccitata che accorro al richiamo. Comoda sulla mia poltroncina rossa di un palchetto centrale del I ordine aspetto che la scena prenda vita.  Inutile far finta di non aver sperato, almeno per un istante, nel ritorno di qualche sentore del precedente spettacolo, di qualche ombra di quell’ingranaggio perfetto concepito per l’intricata ed appassionante opera di Rafael Spregelburd. Certo la Paiato non c’è ma  ci sono  Paolo Pierobon e Riccardo Bini e la storia è pur sempre una storia interessante .Eccomi, insomma, ancora una volta, a cercare il mio sentore di madeleinette!

Ecco apparire, poco a poco, ciò che c’è dall’altro lato della serratura. Ahi Ahi! Il trascorrere lento e stratificato delle esistenze  e delle voglie  di due anziani voyeaur si disperde un po’ alla volta dietro al fragore  ipnotico della cascata di parole del testo di Witold Gombrowicz che affatica attori e pubblico facendo apparire lo spettacolo infinito. Neppure i marchingegni mobili riescono a risvegliare l’attenzione, neppure la perfidia dei due vecchi spioni riesce a riaccendere la curiosità, il gesto scompare e le parole si allungano perdendo il loro senso. Peccato!

E, nonostante tutto, non vedo l’ora di farmi raccontare una nuova storia… di riaccoccolarmi in quel palchetto. ES

VOTO: Adieu Madeleine!

Grida dall’ Antropocene

Perché la vita è qualcosa di semplice e lo capisco solo ora. Il mistero non sta che nella provenienza e nella sua preservazione. Il suo scorrere può essere tumultuoso ma la causa di ciò non é che da ricercarsi nello spasimo di un’irrefrenabile esigenza d’immortalità. Alcuni di noi sentono pulsare al loro interno una forza viva, alcuni di noi cadono in preda alla disperazione, bruciano dell’ardore della loro stessa passione senza riuscire a domarne le fiamme. Quest’epoca, forse come mai nessuna prima, ha cercato di combattere le nostre diversità ed i nostri talenti, ha cercato di spegnere i nostri fuochi privandoci dell’ossigeno, non soltanto in senso metaforico. Gli affaristi, da questo momento chiamerò così i politici contemporanei per allontanarmi dal concetto platonico di politikós, attraverso i mass media e la non-educazione hanno intorpidito la nostra mente, hanno trasformato il nostro cuore in un semplice muscolo e la nostra pancia in una ingorda otre da colmare. Vasi canopi. Fragili contenitori di organi sormontati da minerali crani antropomorfi. Reperti archeologici ancor prima della nostra scomparsa.Esseri senza ali per volare, senza zampe buone a saltare, senza pinne e branchie per sfrecciare nei mari; sarà forse per vendetta che siamo così distruttivi verso noi stessi e verso il pianeta che temporaneamente ci ospita? Frustrati dalla nostra non affermazione viviamo come nell’attesa della fine dell’ Antropocene, seduti ai margini di un grande falò nell’osservazione dello scoppiettio delle ultime braci, disgustati da quello che abbiamo fatto, rassegnati di fronte all’aridità che abbiamo disseminato, rimaniamo inermi, sollevati unicamente dall’idea di una fine.
Ecco l’esistenza umana, ecco la storia di una vita.
Lontani dalla grazia rinascimentale, lontani dal bagliore della Belle Epoque ci crogioliamo, giorno dopo giorno nella nostra disperazione intossicati dai fumi velenosi e dalle parole di uomini abbietti.