Arte Visiva

WEIMARER REPUBLIK, CALIFORNIA

RITRATTO DEL DR.HAUSTEIN

Christian Schad, Ritratto del Dr. Haustein, 1928, olio su tela, 80.5 x 55 cm, Madrid, Thyssen – Bornemisza Collection.

Christian Schad protende le lunghe dita ossute e picchietta le nocche contro il vetro della finestra. E’ un rumore discreto, quasi gentile, eppure non suona esattamente come una richiesta di permesso. Vibra piuttosto di una nota incalzante, che richiama alla mente la sommessa ineluttabilità di un referto diagnostico. Insomma, sembra uno di quei richiami a cui è impossibile sottrarsi. Ci esorta ad affacciarci, a sporgere la coscienza oltre il davanzale. Ci intima di guardare.

Apriamo la finestra e affacciamoci, dunque. Guardiamo.

Le figure che infestano le opere di Schad sembrano freddi duplicati di esseri umani sgusciati fuori da una coltivazione aliena di baccelli deposti nella città immaginaria di Santa Mira, California, in un’assolata estate del 1954. E invece ci troviamo a Berlino, in piena Repubblica di Weimar, nel clima di sospensione elettrica che precede l’uragano nazista.

Prendete l’Espressionismo e percorretelo fino in fondo. Al segnale di stop voltate sulla Nuova Oggettività e infine imboccate l’ultima uscita, quella che conduce al Realismo Magico. Giunti a quel punto, chiedete. Ma non chiedete a una delle creature di Christian Schad. Non si sogneranno di rispondere.

Queste donne e questi uomini dipanano la propria esistenza rintanati dentro caffè e salotti foderati in permafrost, in muta e paziente attesa sotto la pensilina dell’eternità, prigionieri del loro stesso apparire.

Ci fissano con tanta insistenza da instillare il sospetto che gli spettatori siano loro, e noi le figure nel quadro. Ma i loro occhi non sono esattamente puntati sul nostro volto, sembrano scivolare di lato e guardare un punto dietro di noi. Come se paventassero la presenza di qualcuno, o qualcosa, che tra un momento invaderà lo spazio vuoto alle nostre spalle. Il pensiero ci fa formicolare la pelle della nuca e ci voltiamo allarmati. Ma no, dietro di noi c’è soltanto una parete intonacata. E’ dunque questo che fissano con tanta ostinazione le creature di Schad? Una parete intonacata? Forse.

Forse è quello che facciamo tutti. Forse trascorriamo l’intera vita di fronte ad una parete intonacata. Un’infinita superficie bianca su cui i nostri occhi zampettano furiosamente alla ricerca di una fessura o di qualcosa che somigli ad una via di fuga e… e sono proprio pensieri di questo genere a farci capire di esserci sporti troppo oltre il davanzale.

Riportiamo indietro il baricentro un istante prima di precipitare e richiudiamo la finestra. Le dita nocchiute di Christian Schad (1894-1982) fremono, si ritraggono e spariscono nel crepuscolo per andare a tamburellare il loro appello su altri vetri, su altre coscienze.

ELIO SERRA

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CHIC-BLING

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Dopo due crepes au sucre et citron e due bicchieri di  bordeaux per rifarci delle sei ore di tgv e della lunga passeggiata che da Place des Vosges ci ha poco a poco portati fino alla vecchia stazione Paris-Orleans, poco dopo le 18.30, con tarif nocturne, entriamo al Musée d’Orsay curiosi di aggirarci tra le opere della temporanea “Splendeurs et misères. Images de la prostitution 1850-1910”. Ecco una sfilata di Manet, Toulouse-Lautrec, Vlaminck, Picasso, Munch, Van Gogh da  far girar la testa. Corpi di donne ossute o corpulente, lascive o rigorose, tutte egualmente magnetiche tutte egualmente sensuali. Le forme pallide e lunari, i visi accesi e verdeggianti ed i sorrisi maliziosi si susseguono lasciando poco spazio a figure decisamente più ridicole e meno accattivanti: gli uomini. Omini eleganti con i loro mutandoni ed i loro reggicalze, incapaci di qualsiasi forma di poesia, probabilmente avvezzi al divertimento e devoti solo all’istinto. Figure maschili perlopiù baffute e grassocce che impazziscono di fronte alle loro maîtresses. In piccole stanze, alcune postazioni permettono di sbirciare, con appositi binocolini, alcune fotografie osé d’inizio Novecento.  Poco più in là, attorno ad un grande tavolo ricoperto dai bigliettini da visita delle professioniste dell’amore dove si  reclamizzano esotici massaggi e si svelano le ubicazioni delle loro segrete alcove, due eleganti vecchiette  rischiano di svenire a causa delle loro risa sguaiate.   La mostra è interessante e ben curata, unico neo, la ristrettezza dello spazio, che, forse, però rende il tutto meno formale, più divertente. Inutile dire, poi, come i le espressioni curiose e le risatine imbarazzate di alcune mesdames e le battutine di alcuni messieurs siano riusciti a rendere l’osservazione a dir poco esilarante.ES

VOTO: Sfiziosa, ben riuscita. Da vedere in compagnia…possibilmente inebriati da qualche millilitro di spirito!

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CHAGALLCHAGALLCHAGALL

Più di tre ore di attesa nel freddo salotto milanese, sotto le austere guglie di un duomo imponente e mai finito e sotto lo sguardo distratto dell’aurea Madunina, sono state la stremante prefazione alla monografica su Marc Chagall. Quasi assiderati ma felici di poter posare gli occhi su buona parte delle opere dell’artista, solitamente non proprio sottomano, abbiamo cercato di lasciar fuori dalla porta di Palazzo Reale il gelo e la stanchezza per lasciarci pervadere dai colori vividi e contrastati delle tele e dei bozzetti. Dopo gli ultimi metri di coda, una corsa su per lo scalone e la sosta obbligata alla biglietteria davanti a noi si è aperta improvvisamente una giostra di figure fantastiche, un arioso turbine di forme, il dinamico e laborioso racconto di una vita. Il calore dei rossi e dei gialli ed i ricchi mazzi di fiori dai colori brillanti sono contrastati dalla plasticità geometrica della glaciale Vitebsk, dominati dalla leggerezza fluida della svolazzante Belle, schiacciati dalle forma cineree di uomini erranti o dalle sagome scure di rabbini ingombranti. Il colore vivo e puro delle tele non è in grado di riscaldarci, non vuole farlo, bensì ci cala in un universo armonico e complesso governato, dall’alternarsi paralizzante d’inquietudine ed ’immortale speranza. ES

VOTO: Il tempo meglio speso a Milano….dopo quello dedicato a Segantini.

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… RENOIR E’ SEMPRE RENOIR.

Pierre-Auguste Renoir, “Le poirier d’Angleterre”, 1870, olio su tela, H. 0.665 ; L. 0.815 m. , Parigi, Museo d’Orsay.

Era da un po’ che cercavo di trovare un buon motivo per tornare alla GAM di Torino. Sì perché anche chi macina migliaia di chilometri per raggiungere una mostra, qualche volta, può avere una certa riluttanza nell’affrontare tre fermate di metrò.Approfittando di una giornata uggiosa e dell’impossibilità di entrare alla proiezione di Grand Piano, film di Eugenio Mira, a causa del tutto esaurito, il Cirio ed io abbiamo deciso di ripiegare su qualche altra attività in grado di farci evadere dal grigiore cittadino.  In programma alla galleria civica d’arte moderna e contemporanea la mostra “Renoir. Dalle Collezioni del Musée d’Orsay e dell’Orangerie” e dal cinema Reposi a via Magenta non ci sono che un paio di fermate. Ecco arrivata l’occasione per tornare alla GAM! Da torinesi annoiati e da giovani appassionati abbiamo deciso di raggiungere la mostra.Renoir e sempre Renoir. Non si può che rimanere inebetiti davanti ai suoi bianchi vibranti alle sue forme sinuose, ai suoi prati ventosi ed alle sue voluttuose Gabrielle. Appena entrati ci siamo detti fortunati, davanti a noi solo tre o quattro persone in coda per il biglietto. Qualche istante più tardi, non appena arrivati alla cassa l’impiegata ci ha chiesto se avessimo riduzioni. All’inizio ho risposto di no poi Paolo, che si è laureato ed ha vissuto a Parigi per diverso tempo (illuso!), ha avuto la folle idea di chiedere se, in quanto laureati in discipline artistiche e studiosi di arte, cinema e teatro, avessimo una qualche riduzione. -Sia mai che in Italia ci sia qualche agevolazione per chi vuol evitare di far anchilosare i suoi studi universitari.- Ovviamente no, però siamo riusciti ad ottenere uno sconto spulciando l’elenco delle convenzioni. Dai, indovina. La risposta? Be’… la tessera Ikea Family. Sì, esatto, mostrando la tessera, la riduzione coinvolge entrambi i visitatori. Va be’ godiamo e soprassediamo.Dopo aver salito lo scalone che porta al primo piano, dal vetro che segna l’inizio della mostra, ecco apparire un centinaio di capolini sconsolati che, passo dopo passo, avanzavano verso il muro del pianto. Tapini  ci siamo “accomodati” in coda aspettando il nostro turno. D’un tratto un’impiegata ha chiesto al “serpente umano” di fare spazio e vedendo alcuni visitatori disabili, costretti sulla sedia a rotelle, immediatamente si è creato un varco tra la folla e poi… e poi l’impiegata, scostando i disabili, ha fatto passare un numerosissimo gruppo di “turisti organizzati” preceduti dal loro dotto cicerone. No? Eh…sì. D’ogni modo, dopo un po’ (credo dopo un bel po’ visto che la ragazza in coda davanti a noi ha chiesto ad un addetto alla sorveglianza se sulle tazzine del caffè del museo ci fossero le riproduzioni dei dipinti di Renoir, nel caso si fosse arresa al tedio) siamo riusciti a varcare la soglia d’ingresso. Appena entrati, ci siamo resi conto di essere capitati in mezzo ad una bolgia infernale. L’unico modo per intravedere i quadri era sgomitare e farsi largo cercando di sembrare tronfi e minacciosi (come alcune specie di animali durante il corteggiamento) o piccoli piccoli per poter sgusciare tra i corpi ed i cappotti dei “guardoni” della prima fila. Detto questo, ciò che si poté vedere, tra le “sagome scure degli avversari” e gli abbaglianti riflessi prodotti dai faretti mal orientati, fu una collezione suggestiva, sebbene concordemente mal installata. Appesi ai muri: dal mio amato “Pero d’Inghilterra” , ai balli di campagna e di città, dalla piccola “Giovane donna con veletta” alle sensualissime “Bagnanti”, dai grandi nudi femminili ai colorati mazzi di fiori recisi.  Il trionfo della luce e del sentimento! ES

VOTO: Nonostante tutto… Renoir è sempre Renoir.

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UN BRUSCO RISVEGLIO:DAL SOGNO ALLA REALTA’

Driant Zeneli, "Leave me alone", 2013 Video Installazione a otto canali, colori, sonoro

Driant Zeneli, “Leave me alone”, 2013
Video Installazione a otto canali, colori, sonoro

Dopo un’ora abbondante tra le gomitate ed alcuni dei più grandi capolavori del magnifico Renoir, Sara Leila ed io, abbiamo deciso di dirigerci verso un posto tranquillo per pranzare ma soprattutto per confrontarci. Il vero colpo di grazia è però arrivato poco prima dell’uscita: la bellezza e l’armonia dei dipinti del maestro francese (già nascosti dalla folla), lasciano spazio alla mostruosità ed all’incompiutezza della pessima installazione, proposta dalla GAM per la rassegna Vitrine, presentata da Driant Zeneli.Le Vitrine della GAM sono spesso un po’ come le decisamente più famose vetrine d’Olanda. La continua celebrazione degli “artisti” pistonné  scelti dai curatori farebbe scappare a gambe levate chiunque, tanto più il nostro caro Maestro.Leave me alone, il lavoro di Driant Zeneli, presentato da Anna Musini (curatrice della rassegna), é qualcosa di estremamente imbarazzante non solo per la mediocrità, ma anche per la totale assenza di ideazione, di spazialità, di estro e di competenza tecnica. Alla vista di quel terribile scarabocchio abilmente (mah!) mascherato dalla curatrice in “(…) piece cinematografica, set, lo scenario di una rappresentazione dell’attualità culturale: un teatro, un’arena multimediale”… (e il circo ?) mi si sono rivoltate le Gabrielle. Per quanto mi sia sforzato di trovare una spiegazione alla totale assenza di armonia ed alla mancanza di padronanza dei mezzi utilizzati non vi sono riuscito. Unica consolazione:  notare la reazione degli altri visitatori che passavano oltre senza neppure rendersi conto dell’esistenza dell’installazione. Povero Renoir, non se lo meritava proprio … e, dopo tutto, neanche noi.Ti prego Zaneli, se è per darci questo la prossima volta, leave us alone! PAUL

VOTO : Dopo il percorso (tortuoso) tra i  Renoir, correre velocemente verso l’uscita senza mai voltarsi.

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