Grida dall’Antropocene

Il mio spazio

Esiste, da queste parti, un’Umanità cui non ero abituata: densa, umida, gravida di certezze. Lo spazio sembra grande e pulito e le parole diventano, se pronunciate da quest’Umanità, chiare e significanti ed il loro suono preciso ed unico. Il tempo è lungo da queste parti, è dritto e scorre per la sua strada, per l’unica strada che ha scelto di percorrere in questo grande spazio. Semplicemente.

A volte quest’umanità mi provoca invidia e serenità e poi ancora invidia. Invidia sì ma positiva, un sentimento quieto, quasi rasserenante, placido come l’azzurro del cielo di luglio quando sai che di certo non pioverà, rassicurante come le prime sere d’estate quando sai che non ti dovrai preoccupare dell’aria fresca se rincaserai tardi la sera, familiare come l’odore asciutto delle pagine dei romanzi presi in prestito, intrise dell’odore dei pomeriggi di tanti sognatori.

Ed il mio tempo circolare e inquieto mi appare, in quei momenti, inappropriato e come lui il mio spazio troppo complesso e paradossalmente breve. E le vie che percorre la mia mente sono infinite e tortuose e quelle che percorrono i mie piedi sono in salita e strette ed assolate. E mi viene l’ansia a pensare di doverle percorrere ancora perché so che camminando incontrerò quell’Umanità per cui le strade sono sempre larghe e dritte e brevi e sono da percorrere al ritorno dal lavoro, mentre si va a trovare qualcuno per bere qualcosa. Ma quanto beve quest’Umanità!

A volte invece quest’umanità pregna e pesante mi rimane addosso e mi soffoca con le sue sicurezze e le sue poche idee, con la sua mancanza di slancio e la sua monotonia, con i suoi interessi ovvi e la sua linearità. E lo spazio non mi sembra più così grande ma piuttosto piatto e noioso come una matrice ripetuta all’infinito e la linearità del tempo non mi sembra più una gran cosa ma piuttosto una visione arrogante e semplicistica del presente.

Torno a casa e mi accorgo che il  foglio bianco che ho nella mia tasca è rimasto bianco, che il sole è già sceso e che le strade larghe e dritte si sono svuotate e mi accorgo che quella è la mia rivincita perché il mio tempo è circolare ed il mio spazio infinito e così il giorno lascia lo spazio alla notte, la pioggia diventa rugiada e la vita diventa lieve e vaporosa mentre il foglio ancora una volta si colora. ES

***

‘Nulla è casuale. Ogni cosa, per quanto possa apparire sorprendente ed inaspettata è sempre la conseguenza di un’azione più o meno consapevole, dell’influsso di ciò che ci circonda, di tutte quelle piccole cose che passano sotto i nostri occhi inosservate. Solo successivamente, dopo essere stati travolti dall’evento inatteso e dopo aver reagito, magari affrontandolo attraverso un percorso di ricerca, ci si può allontanare per mettere finalmente a fuoco l’accaduto. A volte, quando questo ha significato qualcosa d’importante, ci è necessario scoprirne l’origine, risalire alla sorgente nell’attesa che anche questo avvenimento si trasformi nella causa scatenante del prossimo accadimento divenendo nuovamente il centro delle nostre attenzioni. L’interesse per un libro o per un disco, la scelta della meta di un viaggio, la predilezione per un autore o la passione per un’opera teatrale dicono tanto di noi ed ancor di più di ciò che ci circonda; sono il sintomo non tanto dei nostri gusti personali quanto di un’esigenza, del guerrierieriano meccanismo di compensazione. Il conflitto tra realtà ed illusione compare, inesorabile, ogni volta in cui vi è un inasprimento delle tensioni sociali, quando avviene lo svuotamento delle speranze di un popolo e ne   sottolinea la disperazione ponendo l’accento sulla fragilità dell’animo umano. Questo crudele e doloroso meccanismo, però, se  ben controllato può assumere in noi, reduci disillusi di egoismi scellerati, una connotazione positiva e divenire il punto di partenza per la ricerca di ciò che ancora c’è di benefico e poetico. Per ora, però, riportando il mio sguardo al di qua del vetro della mia finestra, non mi resta che gridare: I don’t want realism. I want magic!’* ES

*SARA LEILA CASTAGNELLA, Il blue Piano di Ten, in attesa di pubblicazione.

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Perché la vita è qualcosa di semplice e lo capisco solo ora. Il mistero non sta che nella provenienza e nella sua preservazione. Il suo scorrere può essere tumultuoso ma la causa di ciò non é che da ricercarsi nello spasimo di un’irrefrenabile esigenza d’immortalità. Alcuni di noi sentono pulsare al loro interno una forza viva, alcuni di noi cadono in preda alla disperazione, bruciano dell’ardore della loro stessa passione senza riuscire a domarne le fiamme. Quest’epoca, forse come mai nessuna prima, ha cercato di combattere le nostre diversità ed i nostri talenti, ha cercato di spegnere i nostri fuochi privandoci dell’ossigeno, non soltanto in senso metaforico. Gli affaristi, da questo momento chiamerò così i politici contemporanei per allontanarmi dal concetto platonico di politikós, attraverso i mass media e la non-educazione hanno intorpidito la nostra mente, hanno trasformato il nostro cuore in un semplice muscolo e la nostra pancia in una ingorda otre da colmare. Vasi canopi. Fragili contenitori di organi sormontati da minerali crani antropomorfi. Reperti archeologici ancor prima della nostra scomparsa.Esseri senza ali per volare, senza zampe buone a saltare, senza pinne e branchie per sfrecciare nei mari; sarà forse per vendetta che siamo così distruttivi verso noi stessi e verso il pianeta che temporaneamente ci ospita? Frustrati dalla nostra non affermazione viviamo come nell’attesa della fine dell’ Antropocene, seduti ai margini di un grande falò nell’osservazione dello scoppiettio delle ultime braci, disgustati da quello che abbiamo fatto, rassegnati di fronte all’aridità che abbiamo disseminato, rimaniamo inermi, sollevati unicamente dall’idea di una fine.
Ecco l’esistenza umana, ecco la storia di una vita.
Lontani dalla grazia rinascimentale, lontani dal bagliore della Belle Epoque ci crogioliamo, giorno dopo giorno nella nostra disperazione intossicati dai fumi velenosi e dalle parole di uomini abbietti. ES

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