Senza sgarabazzi e senza sbrodeghezzi.

Nello Mascia (Fabrizio), Lorenzo Bartoli (Ettore). Fotografia a cura di Tiziana Lorenzi.

Nello Mascia (Fabrizio), Lorenzo Bartoli (Ettore). Fotografia a cura di Tiziana Lorenzi.

Arte, intelligenza e buon gusto. Ecco il mix con cui Marco Lorenzi , Nello Mascia ed il giovane gruppo di attori: Barbara Mazzi, Maddalena Monti, Raffaele Musella, Fabio Bisogni (a mio parere il più deboluccio) e Lorenzo Bartoli hanno affrontato uno dei testi più romantici e carismatici di Goldoni.  Il più classico degl’ intrecci goldoniani ben rappresentato da una compagnia capace ed affiatata: due giovani donne, due giovani uomini, un vecchio zio ed il suo servitore arricchito da una scenografia essenziale ma non per questo meno interessante. Un grande lampadario in vetro, una porta sul fondale ed una pavimentazione sopraelevata e modulabile sono la perfetta cornice per un’illuminazione a regola d’arte, accurata e  ben eseguita. Monica Olivieri disegna infatti lo spazio con ingegno e creatività inserendo anche elementi giocosi ed inaspettati di grande semplicità e di grande effetto. Meravigliosi i cappelli da cuoco luminosi. Tanti i motivi per andare a teatro, ancora di più in quest’occasione.  Primo fra tutti il poter divenire voyeur,  osservare uno squarcio di  realtà (non molto dissimile dalla nostra) senza  esserne i protagonisti. Goldoni, infatti,  affrontando temi universali e costruendo personaggi complessi ed archetipici, racconta non solo la sua epoca ma ci permette di osservare con chiarezza la società a noi  contemporanea, le sue degenerazioni ed i suoi vizi. Altro motivo  importante e decisamente goldoniano è la voglia di svagarsi, di divenir leggeri, di guardare il mondo in modo arguto ed arioso. L’amore, infatti, nel Settecento come ai nostri tempi, incurante delle catastrofi naturali  e socio-politiche, nutrendosi ora delle virtù ora dei timori e delle rovine dell’animo umano, muove,  tormenta, sublima e distrae gl’innamorati di tutte le epoche dalle disgrazie della quotidianità. ES

VOTO: spettacolo da vedere, ben diretto, ben eseguito senza sgarabazzi e senza sbrodeghezzi.

 

Un brusco risveglio. Dal sogno alla realtà.

Driant Zeneli, "Leave me alone", 2013  Video Installazione a otto canali, colori, sonoro

Driant Zeneli, “Leave me alone”, 2013
Video Installazione a otto canali, colori, sonoro

Dopo un’ora abbondante tra le gomitate ed alcuni dei più grandi capolavori del magnifico Renoir, Sara Leila ed io, abbiamo deciso di dirigerci verso un posto tranquillo per pranzare ma soprattutto per confrontarci. Il vero colpo di grazia è però arrivato poco prima dell’uscita: la bellezza e l’armonia dei dipinti del maestro francese (già nascosti dalla folla), lasciano spazio alla mostruosità ed all’incompiutezza della pessima installazione, proposta dalla GAM per la rassegna Vitrine, presentata da Driant Zeneli.Le Vitrine della GAM sono spesso un po’ come le decisamente più famose vetrine d’Olanda. La continua celebrazione degli “artisti” pistonné  scelti dai curatori farebbe scappare a gambe levate chiunque, tanto più il nostro caro Maestro.Leave me alone, il lavoro di Driant Zeneli, presentato da Anna Musini (curatrice della rassegna), é qualcosa di estremamente imbarazzante non solo per la mediocrità, ma anche per la totale assenza di ideazione, di spazialità, di estro e di competenza tecnica. Alla vista di quel terribile scarabocchio abilmente (mah!) mascherato dalla curatrice in “(…) piece cinematografica, set, lo scenario di una rappresentazione dell’attualità culturale: un teatro, un’arena multimediale”… (e il circo ?) mi si sono rivoltate le Gabrielle. Per quanto mi sia sforzato di trovare una spiegazione alla totale assenza di armonia ed alla mancanza di padronanza dei mezzi utilizzati non vi sono riuscito. Unica consolazione:  notare la reazione degli altri visitatori che passavano oltre senza neppure rendersi conto dell’esistenza dell’installazione. Povero Renoir, non se lo meritava proprio … e, dopo tutto, neanche noi.Ti prego Zaneli, se è per darci questo la prossima volta, leave us alone! PAUL

VOTO : Dopo il percorso (tortuoso) tra i  Renoir, correre velocemente verso l’uscita senza mai voltarsi.

…Renoir è sempre Renoir.

Pierre-Auguste Renoir, "Le poirier d'Angleterre", 1870, olio su tela, H. 0.665 ; L. 0.815 m. , Parigi, Museo d'Orsay.

Pierre-Auguste Renoir, “Le poirier d’Angleterre”, 1870, olio su tela, H. 0.665 ; L. 0.815 m. , Parigi, Museo d’Orsay.

Era da un po’ che cercavo di trovare un buon motivo per tornare alla GAM di Torino. Sì perché anche chi macina migliaia di chilometri per raggiungere una mostra, qualche volta, può avere una certa riluttanza nell’affrontare tre fermate di metrò.

Approfittando di una giornata uggiosa e dell’impossibilità di entrare alla proiezione di Grand Piano, film di Eugenio Mira, a causa del tutto esaurito, il Cirio ed io abbiamo deciso di ripiegare su qualche altra attività in grado di farci evadere dal grigiore cittadino.  In programma alla galleria civica d’arte moderna e contemporanea la mostra “Renoir. Dalle Collezioni del Musée d’Orsay e dell’Orangerie” e dal cinema Reposi a via Magenta non ci sono che un paio di fermate. Ecco arrivata l’occasione per tornare alla GAM! Da torinesi annoiati e da giovani appassionati abbiamo deciso di raggiungere la mostra.

Renoir e sempre Renoir. Non si può che rimanere inebetiti davanti ai suoi bianchi vibranti alle sue forme sinuose, ai suoi prati ventosi ed alle sue voluttuose Gabrielle. Appena entrati ci siamo detti fortunati, davanti a noi solo tre o quattro persone in coda per il biglietto. Qualche istante più tardi, non appena arrivati alla cassa l’impiegata ci ha chiesto se avessimo riduzioni. All’inizio ho risposto di no poi Paolo, che si è laureato ed ha vissuto a Parigi per diverso tempo (illuso!), ha avuto la folle idea di chiedere se, in quanto laureati in discipline artistiche e studiosi di arte, cinema e teatro, avessimo una qualche riduzione. -Sia mai che in Italia ci sia qualche agevolazione per chi vuol evitare di far anchilosare i suoi studi universitari.- Ovviamente no, però siamo riusciti ad ottenere uno sconto spulciando l’elenco delle convenzioni. Dai, indovina. La risposta? Be’… la tessera Ikea Family. Sì, esatto, mostrando la tessera, la riduzione coinvolge entrambi i visitatori. Va be’ godiamo e soprassediamo.

Dopo aver salito lo scalone che porta al primo piano, dal vetro che segna l’inizio della mostra, ecco apparire un centinaio di capolini sconsolati che, passo dopo passo, avanzavano verso il muro del pianto. Tapini  ci siamo “accomodati” in coda aspettando il nostro turno. D’un tratto un’impiegata ha chiesto al “serpente umano” di fare spazio e vedendo alcuni visitatori disabili, costretti sulla sedia a rotelle, immediatamente si è creato un varco tra la folla e poi… e poi l’impiegata, scostando i disabili, ha fatto passare un numerosissimo gruppo di “turisti organizzati” preceduti dal loro dotto cicerone. No? Eh…sì. D’ogni modo, dopo un po’ (credo dopo un bel po’ visto che la ragazza in coda davanti a noi ha chiesto ad un addetto alla sorveglianza se sulle tazzine del caffè del museo ci fossero le riproduzioni dei dipinti di Renoir, nel caso si fosse arresa al tedio) siamo riusciti a varcare la soglia d’ingresso. Appena entrati, ci siamo resi conto di essere capitati in mezzo ad una bolgia infernale. L’unico modo per intravedere i quadri era sgomitare e farsi largo cercando di sembrare tronfi e minacciosi (come alcune specie di animali durante il corteggiamento) o piccoli piccoli per poter sgusciare tra i corpi ed i cappotti dei “guardoni” della prima fila. Detto questo, ciò che si poté vedere, tra le “sagome scure degli avversari” e gli abbaglianti riflessi prodotti dai faretti mal orientati, fu una collezione suggestiva, sebbene concordemente mal installata. Appesi ai muri: dal mio amato “Pero d’Inghilterra” , ai balli di campagna e di città, dalla piccola “Giovane donna con veletta” alle sensualissime “Bagnanti”, dai grandi nudi femminili ai colorati mazzi di fiori recisi.  Il trionfo della luce e del sentimento! ES

VOTO: Nonostante tutto… Renoir è sempre Renoir.

Blue Jasmine: il poker di Woody.

Sarà il mio amore smodato per il Tram, sarà la passione per Woody ma dopo la visione di Blue Jasmine, la williamsiana Blanche Dubois ha il volto e la gestualità di  Cate Blanchett. L’immagine luminosa dell’attrice, già temprata dalla prova attoriale nel testo di Williams sotto la direzione di Liv Ullman lascia a bocca aperta. Per tutta la durata del film non si può far altro che subire il fascino magnetico della bella e brava Cate che, con perizia tecnica ed incomparabile trasporto, gioca il ruolo di Blanche appannando anche la mitica interpretazione della Vivien Leigh . Lasciando da parte i complimenti per un’attrice che rende chiari da sé i suoi meriti, altro plauso va al regista che, dopo alcuni film, interessanti ma un po’ fiacchetti porta sul grande schermo un’opera cinematografica intensa ed ispirata che cattura la mente ed il cuore dello spettatore che, costretto sulla poltrona, non può far altro che abbandonarsi all’atmosfera del racconto ed appassionarsi alla travagliata storia della protagonista. ES

VOTO: Assolutamente da non perdere.