CHAGALLCHAGALLCHAGALL.

Più di tre ore di attesa nel freddo salotto milanese, sotto le austere guglie di un duomo imponente e mai finito e sotto lo sguardo distratto dell’aurea Madunina, sono state la stremante prefazione alla monografica su Marc Chagall. Quasi assiderati ma felici di poter posare gli occhi su buona parte delle opere dell’artista, solitamente non proprio sottomano, abbiamo cercato di lasciar fuori dalla porta di Palazzo Reale il gelo e la stanchezza per lasciarci pervadere dai colori vividi e contrastati delle tele e dei bozzetti. Dopo gli ultimi metri di coda, una corsa su per lo scalone e la sosta obbligata alla biglietteria davanti a noi si è aperta improvvisamente una giostra di figure fantastiche, un arioso turbine di forme, il dinamico e laborioso racconto di una vita. Il calore dei rossi e dei gialli ed i ricchi mazzi di fiori dai colori brillanti sono contrastati dalla plasticità geometrica della glaciale Vitebsk, dominati dalla leggerezza fluida della svolazzante Belle, schiacciati dalle forma cineree di uomini erranti o dalle sagome scure di rabbini ingombranti. Il colore vivo e puro delle tele non è in grado di riscaldarci, non vuole farlo, bensì ci cala in un universo armonico e complesso governato, dall’alternarsi paralizzante d’inquietudine ed ’immortale speranza. ES

VOTO: Il tempo meglio speso a Milano….dopo quello dedicato a Segantini.