I cormorani

 

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Locandina de I Cormorani, cinema Astra di Torino, foto di Sara L. Castagnella

Il ricordo dell’adolescenza e la voglia di evasione, non solo dalla realtà costruita ed artefatta che ci controlla in maniera inesorabile con i suoi ritmi serrati, le sue regole dispotiche ed insensate ma anche il desiderio di allontanarsi dalla realtà del cinema italiano degli ultimi decenni che ha preferito porre la propria attenzione sugl’interessi commerciali e personali e non sulla sensibilità e sull’intelligenza creativa, hanno trasformato l’opera prima di Fabio Bobbio in un film iconico, universale.

L’abbandonando delle prassi e delle convenzioni e l’assenza di una struttura filmica predefinita oltre ad essere il frutto di un’esigenza è anche chiaramente derivante dalla formazione di Bobbio che nasce come montatore e che per la prima volta si approccia alla regia. Questa sana mancanza di confidenza con le consuetudini cinematografiche insieme all’anticonformismo dei produttori hanno aiutato il film a svincolarsi da alcuni cliché tipici dei film di formazione ed a trasformarsi in un piccolo compendio poetico.

La storia semplice e assoluta, che rievoca alcuni dei tratti stilistici della filmografia classica, a partire dagli echi fantascientifici fino ad arrivare all’abbozzo delle dinamiche tipiche del western, è costruita e ritmata soprattutto dal montaggio che in maniera razionale ha intessuto le ambiguità e le contraddittorietà dell’adolescenza e dell’eternità infantile restituendoci l’immagine di un mondo complesso dove il gioco e la spregiudicatezza sono costantemente minacciati dall’incombere dell’età adulta. Peccato forse non aver indugiato di più sull’aspetto selvatico e primitivo della natura e soprattutto sul suo contrasto con quegli elementi artificiali e prepotenti che caratterizzano l’urbanità e che come i vizi, le preoccupazioni e le regole dell’età adulta corrompono ed abbruttiscono il bagliore dell’infanzia e della prima adolescenza.

La splendida fotografia di Stefano Giovannini che in modo ampio e preciso cattura le immagini della natura di quello che Bobbio definisce “uno strano Canavese” uno “stato mentale” anticipa e disegna la storia innalzandola e conferendogli dei toni nostalgici e delicati.
Anche le meravigliose musiche di Ramon Moro e Paolo Spaccamonti, riescono non solo a rievocare nella mente il nebuloso mondo del ricordo, la forza della paura all’alba del cambiamento e l’afosa pesantezza della noia, ma, come epifaniche e sublimi suggestioni sonore, tracciano il filo dei pensieri dei due protagonisti facendoli emergere e donandogli una consistenza sensibile*. ES

(*da Sara Leila Castagnella, I Cormorani, www.ciaocinema.it, 23 dicembre 2016)

 

Interstellar

Sara Leila Castagnella, particolare di “Redust”, acquerello su carta, 2012.

Il gelo siberiano che imperversa fuori dalla finestra ed il periodo di festa impongono una pausa per rilassarsi, ritemprarsi e magari per lasciarsi crogiolare nell’atmosfera avvolgente di qualche grande classico e così, tra qualche pellicola di Hitchcock, di Bergman e di Welles  mi è  rivenuta in mente l’ultima volta in cui mi sono infilata in un cinema ed ho guardato un bel film. E’ così che mi è tornata in mente la sera piovosa in cui intirizzita ed arruffata come un gatto mi sono rifugiata nel cinema Lux ed ho visto Interstellar. La sua lunga ed appassionante storia che, nonostante i suoi 169 minuti, mi ha tenuta incollata allo schermo e mi ha lasciata con la voglia di sapere il seguito; mi ha fatto ripensare alla miseria degli ultimi film prodotti in Italia, ai bei tempi andati di Cinecittà, alle grandi storie ritratte  da Visconti, Fellini, Antonioni, De Sica, De Santis, Rossellini o Monicelli e così come  spesso accade mi è venuta nostalgia di qualcosa che non ho vissuto, di cui non ho assaporato che l’ultimo immortale bagliore.  In ogni caso, senza scomodare i grandi maestri e  senza voler fare alcun paragone devo ammettere di aver provato soddisfazione nel constatare che qualche bravo regista, in questo caso Christopher Jonathan James Nolan, con minuzia e sensibilità ha ancora la capacità di toccare la realtà senza  impantanarsene le ali e tratteggiare, in questo modo, quello che per me è stato un intensissimo, poeticissimo viaggio interstellare.  ES

VOTO: assolutamente da non perdere!

Blue Jasmine: il poker di Woody.

Sarà il mio amore smodato per il Tram, sarà la passione per Woody ma dopo la visione di Blue Jasmine, la williamsiana Blanche Dubois ha il volto e la gestualità di  Cate Blanchett. L’immagine luminosa dell’attrice, già temprata dalla prova attoriale nel testo di Williams sotto la direzione di Liv Ullman lascia a bocca aperta. Per tutta la durata del film non si può far altro che subire il fascino magnetico della bella e brava Cate che, con perizia tecnica ed incomparabile trasporto, gioca il ruolo di Blanche appannando anche la mitica interpretazione della Vivien Leigh . Lasciando da parte i complimenti per un’attrice che rende chiari da sé i suoi meriti, altro plauso va al regista che, dopo alcuni film, interessanti ma un po’ fiacchetti porta sul grande schermo un’opera cinematografica intensa ed ispirata che cattura la mente ed il cuore dello spettatore che, costretto sulla poltrona, non può far altro che abbandonarsi all’atmosfera del racconto ed appassionarsi alla travagliata storia della protagonista. ES

VOTO: Assolutamente da non perdere.